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Signori cari, a volte m’è capitato d’alzare la voce.
Eppure sentite come essa ora sia flebile e roca, un rantolo sottile a cui abbiano sottratto l’ossigeno ed il carattere stentoreo.
Magari proprio per questo avevo bisogno di elevare un po’ i toni. Sapete, quella cosa che fanno un po’ tutti, quando si innervosiscono.
Anche se, a dire il vero, non sono mai stato particolarmente nervoso negli ultimi tempi. Avvertivo però senz’altro una speciale esigenza espressiva e retorica.
E dentro me sapevo che nessuno ha mai saviamente accusato gli attori di essere rudi o poco avveduti. Anzi! Essi appaiono tanto più professionali quante più emozioni riescono a canalizzare e trasmettere attraverso il loro esprimersi.
“Ma il teatro si fa in teatro”, dirà qualcuno.
E no, signori, e no! Il teatro oggi si fa dappertutto nel mondo, e se il mondo è teatro, che se ne assuma su sé stesso ogni conseguenza!
“Ma il teatro è finzione, finzione scenica, sapientemente allestita ad uso delle menti più nobili!”
E no, sbagliate di nuovo, lo vedete?
Il teatro è soltanto un modo, veritiero o mendace che sia, di consegnare alle parole un messaggio, oppure un racconto.
Può essere sussurrato, misurato, pacato, come la pioggia che cade sul morbido e non produce rumore. Oppure urlato, frutto dell’ira e del rancore, come se in esso vi fosse il desiderio di mozzare mille teste 
— ignobili, misere, meschine di poveri esseri derelitti, vittime, nient’altro che vittime di sé stessi, carnefici della propria medesima mancata umanità.
Ma poi alla fine noi tutti  
 esseri intelligenti  ci ricordiamo che non c’è spazio per la malevolenza: nessuno, proprio nessuno, non serve a nulla!

Però, se la scelta migliore è rappresentata dal non nutrirne, probabilmente colui o colei che abbia ricevuto un trattamento disonorevole dovrebbe quantomeno farsi da parte, tenersi discosto dagli altri, almeno finché non si dimostri che vi sono le condizioni adeguate per produrre un’interazione confacente.

E frattanto riflettere su com’egli contenga nel migliore dei casi dentro sé l’infinito, ossia quella girandola di emozioni che racchiude in sé tutta la terra, tutto il pianeta, tutto l’universo.

Paolo Zagarese