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Brani scelti:

(dalla introduzione della sorella)
Troviamo infatti, fra le sue carte, un foglio scritto in quei giorni che ci pone chiaramente sotto gli occhi il primo abbozzo di «Così parlò Zarathustra».
«Meriggio ed eternità.»
«Cenno di una nuova vita.»
Sotto sta scritto:
«Zarathustra, nato presso il lago di Urmi, abbandonò verso il trentesimo anno la sua patria, andò nella provincia di Aria e compose nei dieci anni della sua solitudine tra i monti il Zend-Avesta».

Zarathustra si è trasformato; è ridivenuto un bambino; Zarathustra è un ridesto; che vuoi tu ora fra i dormienti?
Tu vivevi nella solitudine come in mezzo al mare, e il mare ti cullava. Ahimé, vuoi tu approdare? Ahimé, vuoi novellamente trascinare da te stesso il tuo corpo?».
Zarathustra rispose: «Io amo gli uomini».
«Perché – disse il santo – mi rifugiai nella selva e nel deserto? Non forse perché amai troppo gli uomini?

Colui che parlava era il buffone della torre.
«Vattene via da questa città, o Zarathustra, diss’egli; qui troppi ti odiano. I buoni e i giusti ti odiano e ti chiamano loro nemico e spregiatore; ti odiano i credenti della vera fede e ti chiamano il pericolo della folla. Fu tua fortuna che si ridesse di te: e veramente tu parlavi a guisa di un buffone. Fu tua fortuna che tu ti accompagnassi al cane morto; abbassandoti così ti sei salvato per oggi.

E Zarathustra picchiò alla porta della casa. Apparve un vecchio che portava il lume e chiese: «Chi viene a me e al mio cattivo sonno?»
«Un vivente ed un morto, disse Zarathustra. Datemi da mangiare e da bere, me ne dimenticai durante il giorno. Chi dà da mangiare agli affamati ristora la propria anima: così parla la sapienza».

In verità l’uomo è fangosa corrente. Bisogna addirittura essere un mare per poter ricevere in sé un torbido fiume senza divenire impuro.
Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è questo mare, e in esso può inabissarsi il vostro grande disprezzo.
Che cosa di più sublime potete voi sperimentare?

A lungo dormì Zarathustra, e non l’aurora soltanto, ma anche il mattino gli passò sul volto. Gli si apersero gli occhi alla fine: meravigliato guardò Zarathustra nella foresta e nel silenzio, meravigliato guardò entro di sé.
Poi s’alzò svelto, come il marinaio che vede improvvisamente la terra, e mandò un grido di giubilo poiché egli vedeva una nuova verità.
E così parlò quindi al suo cuore:
«Una luce è sorta in me: ho bisogno di compagni e di compagni viventi – non compagni morti e cadaveri, che porto con me dove voglio.
Ho bisogno di compagni viventi, i quali mi seguano, perché vogliono seguire sé stessi – e là dove io voglio.
Una luce è sorta in me: Zarathustra non parli al popolo ma ai compagni! Zarathustra non deve essere il pastore e il cane di una mandra!
A distogliere molti dalla mandra – a questo io venni.

Dormire non è arte piccola: bisogna vegliar bene tutto il giorno. […] Pochi lo sanno: ma bisogna posseder tutte le virtù per dormir bene. Testimonierò io il falso? Diverrò adultero? Sentirò desiderio della donna del mio vicino? Tutto ciò mal s’accorda con un buon sonno […] Mi piacciono molto anche i poveri di spirito: essi promuovono il sonno. Sono beati, specialmente quando si dà loro sempre ragione.
Così passa il giorno dell’uomo virtuoso. Quando giunge la notte, mi guardo bene dall’invocare il sonno.
Non vuole esser chiamato, il sonno che è signore di tutte le virtù.
Allorché Zarathustra udì il savio parlare a quel modo, ne rise in cuor suo poiché in lui s’era fatta una luce. E così disse al suo cuore:
Un folle mi par questo savio con i suoi quaranta pensieri: ma però ritengo che s’intenda del sonno assai bene.