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Trascrizione:

Swift nella sua vita aveva scritto “I viaggi di Gulliver“: in questo romanzo tra l’altro egli racconta la sua visita a un’isola abitata da cavalli parlanti.

C’è un passaggio meraviglioso in cui uno di essi resta stupefatto nel vederlo assumere un aspetto diverso, così Gulliver spiega che, dalle sue parti, la gente è solita utilizzare vestiti, soprattutto con il fine di ricoprire le regioni intime. Il cavallo è perplesso, e afferma di non comprendere per qual motivo non si possa scorrazzare nudi.
Questa premessa narra di uno dei limiti tradizionalmente appartenuto alla mente umana, ovvero la vergogna relativa alle attività e agli organi sessuali.
Fortunatamente questo sentimento è superato, ma troppi restano legati a percezioni ingannevoli della stessa risma.

Consideriamo l’esaltazione e la rabbia. Si tratta di fenomeni fisiologici che non differiscono da una pisciata. Nessuno immaginerebbe di osservare il prodotto di una minzione e attribuire giudizi in merito alla persona che l’ha emessa. Dovrebbe valere lo stesso al riguardo di altre manifestazioni, tuttavia il retaggio del passato (e dei tempi in cui un rumore rappresentava un animale feroce) è particolarmente reciso.
In quelle circostanze, infatti, si doveva immediatamente decidere se fuggire o attaccare.
Esattamente per tale motivo, tanti sono portati a giungere a conclusioni affrettate, senza accorgersi di come questo sia un limite e una illusione percettiva.
Coloro invece che naturalmente sono intelligenti prendono atto della valutazione, ma le attribuiscono un senso latamente orientativo.

Anche la malvagità si può considerare un fenomeno fisiologico, ma in questo caso si deve essere consci che purtroppo essa produce conseguenze. Se qualcuno mi consente un esempio estremo, un colpo di tosse e una pugnalata sono entrambi azioni provocate dal verificarsi di condizioni specifiche nell’organismo che le esegue.
In realtà, per molte menti, è difficile osservare con apertura. Sono molti coloro che guardano con cipiglio alle differenze più minuscole, senza contemplare come esse possano paragonarsi a un interruttore che rimane identico a sé stesso anche quando assume posizioni spazialmente opposte.

L’altro giorno, come alcuni di voi sanno, stavo radunando un po’ di materiale per parlare di Siddharta, e mi sono imbattuto in un passaggio in cui lo scrittore descriveva gli alberi con toni fortemente sessualizzati.
Io non sono dendrofilo, non mi piacciono gli alberi. Trovo che i bambini siano sexy, ma gli alberi mi comunicano un’idea un po’ horror che mi fa associare le radici ai tentacoli di un mostro gigante e devastatore. Però, giacché dispongo di una mentalità aperta, leggendo quelle righe, ho potuto identificarmi con l’autore, pur non provando per nulla quelle sensazioni. Così mi sono soffermato a riflettere sulla loro essenza secolare e massiccia, sulla durezza della loro corteccia, sulla potenza mastodontica del loro seme.

Si può dire io abbia pienamente capito, nonostante i gusti diversi. Comprendere, purtroppo, è complicatissimo: si tratta di cibo non adatto a tutte le bocche. Io afferro pienamente la cattiveria, anzi la osservo in modo asettico, ma naturalmente ne considero anche le ripercussioni.

E a questo riguardo mi viene in mente la vita di mio padre, il quale spesso mi ha seguito nel percorso intellettivo e sessuale.
Sicuramente egli ha conosciuto sulla sua pelle le conseguenze dell’altrui agire reprobo.

Ma torniamo a Swift. Lui era uno che idealizzava. È significativo che un codice bancario abbia assunto il suo nome, e questo mi comunica che, qualora si possiedano empatia ed etica, il suggerimento primordiale che ne discende sia quello di monetizzarle in silenzio.

Io comprendo, lo ripeto: io comprendo. Comprendo e non colpevolizzo. Tra l’altro non sono Swift, e nemmeno unicorno. Io credo nella razionalità, ancor prima che nella morale. E le scelte ragionevoli dipendono sempre dal contesto.
Su un piatto fattuale, però, la mia fiducia nel maggior numero anderebbe con molta difficoltà riguadagnata.

In questa sede, approfitto anche per ringraziare coloro che si sono rivelati fautori di un agire altruista.
Parlavamo poco fa dei limiti della mente. La riconoscenza, ad esempio, gratifica gli altruisti, e indispone i loro antonimi.